“A Mosca, a Mosca”…. scrive Anton Čechov, ormai prossimo alla fine, alla moglie prima di lasciare l’esilio di Jalta, riprendendo l’eterna invocazione delle sue “Tre sorelle”. “A Mosca! A Mosca!” invoca tra sé la giovane finlandese creata dalla penna di Rosa Liksom a conclusione del lungo racconto dal titolo cechoviano “Scompartimento n.6.” La capitale russa ricorre nell’opera come centro del mondo, mèta agognata, punto di partenza che segna a un tempo la fine, luogo di tormentati affetti e passioni e soprattutto oggetto di malinconica, irreparabile nostalgia. La melanconia essendo, per i finnici, condizione ineludibile dell’individuo nella sua solitudine, epitome della sua capacità di sentire, di amare e di soffrire sprofondando in se stesso.
“A Mosca, a Mosca” era anche il mio desiderio, dopo aver letto tanta letteratura russa, e subendo il fascino di alcuni racconti quasi sempre drammatici, pregni di malinconia, disperazione, e indice di un mondo così lontano dalla mia cultura, che per un verso o per l’altro ne subivo l’attrazione. Ormai è noto a tutti, l’ho raccontato in mille episodi, anche nella mia autobiografia, che la mia vita cambiò proprio a Mosca, dopo due anni di lavori di ristrutturazione dell’Ambasciata Brasiliana nella capitale sovietica, nel 87-88, dove il Presidente di una nuova epoca predicava in giro per il mondo il cambiamento, la Perestroika, Glasnost, parole che suggerivano alla politica estera la volontà di cambiamento, ma nella realtà in loco la storia era tutta un’altra: nell’87, quando visitai per la prima volta Mosca, la situazione era ancora disperatamente legata a quel regime comunista che ha sottomesso la popolazione per anni e anni: il cibo contingentato, privati di ogni libertà, sottomessi ad una vita di spionaggio, ossessionati da ogni sguardo. Ricorderò per sempre che su un pullman di Stalingrado, (anche se si chiamava già San Pietroburgo) posai lo sguardo su una bellissima ragazza, occhi azzurri, capelli biondi come il miele; lei notò il mi sguardo, si alzò di corsa e scese alla prima fermata. Non ero un mostro, ma scoprii parlando poi con gente del posto, che la peggiore ossessione era lo spionaggio, e pertanto forse pensò che ero uno del KGB in borghese e la stessi pedinando e pur senza colpe voleva evitare interrogatori. Da quel giorno osservavo paesaggi, chiese, musei, opere d’arte o architetture, evitando di posare lo sguardo sui singoli individui. Lavorai due anni a Mosca, e a parte il corpo consolare Brasiliano, con i quali si faceva “caciara”, e a parte Galina, la domestica dell’Ambasciata, evitavo contatti con i russi, se non quelli formali, facendo acquisti o domandando una informazione. Lasciai Mosca nel 1989, e ci tornai dopo vari anni, perché dopo il mio successo con la linea Prima Classe, si apriva anche il mercato Russo, cambiato repentinamente, e trovai una Mosca irriconoscibile, moderna, elegante, talvolta sfarzosa, a tratti kitch, ma anche molto sofisticata. Mi sorprese parecchio, e quello che mi colpì fu proprio come gli stessi personaggi, o forse i loro figli, avessero così velocemente cambiato abito e mentalità. Anche nell’eccesso e nella volgarità di esibizionismo, mente una gran parte optava per lo chic vero. Fui invitato una prossima volta da un magnate della farmaceutica, che mi ospitò con una cena galattica nella sua dimora, una abitazione all’interno della sua casa farmaceutica (era il produttore esclusivo per tutta la Russia di Insulina, pensate alla sua ricchezza) ed aveva acquistato svariate mie borse bagagli negli Stati Uniti, e decise che voleva diventare il mio distributore nel suo Paese. Arrivai a Mosca, fui prelevato da una limousine, accompagnato nella dimora, anche se io avrei soggiornato nel miglior hotel della capitale, ma ci teneva così tanto a mostrarmi le sue “agiatezze”, che passammo subito nella sua abitazione: una salone immenso dedicato ai ricevimenti, con due tavoli, ognuno per venti persone… ma ahimè, uno per gli uomini, e l’altro per le donne, un classismo che già mi irritò. Seduti al tavolo, l’ospite non faceva altro che mostrarmi le varie proposte di vini pregiatissimi, ognuno con l’etichetta del prezzo in bella vista, e dovetti assaggiare dal più costoso in giù, e da attore consumato, profondermi in falsissimi complimenti di circostanza. Proseguii la cena, tutta tra russi, quindi nella loro incomprensibile lingua se non qualche parola in inglese dal padrone di casa.
All’altro tavolo un gran squittio, e finalmente posso acceder al settore femminile, dove ero costantemente interrogato per indovinare di chi fosse, ma soprattutto quanto costasse l’outfit indossato… imbarazzante!. Il massimo fu quando una signora mi esibì una pelliccia, sfidandomi ad indovinare a quale animale appartenesse: “Scimmia” risposi, “Allora sai quanto costa?”, risposi una cifra spropositata sapendo che lei avrebbe alzato il tiro: infatti i miei 60 mila euro erano una bazzeccola contro i suoi paventati 120.000… la raffinatezza non era di casa, ma ero prigioniero e non avevo scelte, in fondo si poteva rivelare davvero un grande investitore, magari di dubbio gusto, ma “business is business”!. Terminata la cena, si presentarono 8 energumeni, le guardie del corpo, tutto questo solo per attraversare un freddissimo cortile ed accedere a quella che era la sua vera casa: un campo da tennis vero, con a lato, arrotolato, un tappeto persiano fatto appositamente per coprirlo in caso di festeggiamenti. Tutt’intorno costruzioni a due piani: camere da letto a volontà, cucine una per ogni ospite, sale relax, massaggi e saune, sale giochi, biliardi e ogni altro sfizio. Attraversando mi mostrò una sala musica con un pianoforte che solo lui ed Elton John avevano, poi un enorme garage con macchine lussuosissime, una tra le quali solo lui e il sultano del Brunei possedevano, altre varie stramberie, fino a quando mi aprì la sua cabina armadio, dove ogni bestia rara era rappresentata da scarpe, valige, borse e giacche in caimano, alligatore serpente, colbacchi e pellicce in orso polare, insomma ogni ben di Dio….compresa una vasta collezione delle mie borse, e lì non mi trattenni dal dargli una bella quanto falsa notizia: “NO, hai questa valigia?, Ma lo sai che solo tu e Richard Gere l’avete, poi non le ho più prodotte!” Fiero di questa sorpresa, mi prese sottobraccio, e all’orecchio mi confido che il suo must era una stanza adiacente alla sua camera da letto, che non esitò a mostrarmi: tutto una apparecchiatura in metallo prezioso per la pulizia del colon! Terminammo la visita mostrandomi la sua camera da letto: Luigi XVI sarebbe impallidito di fronte a tanta ridondanza!
Bolscioi, Dasvidania, Spassiba! Grande, arrivederci e grazie! Erano le tre parole che si imparano facilmente. L’appuntamento era per la mattina seguente dove un suo autista mi avrebbe accompagnato a “scegliere” la location per la prima boutique nella capitale. Arrivati in città, gira e rigira, ormai ogni negozio aveva già la firma degli stilisti, italiani in particolare, e dunque il consumismo era arrivato da tempo ormai e con ironia indicai una arco che in realtà era una passaggio stradale… me ne tornai in albergo e questa sera fu lui a venire nel mio lussuoso hotel dove aveva riservato una cena ben più raffinata della sua, e mi disse che il suo impiegato gli aveva riferito della mia richiesta: “faremo il possibile, conosco il Sindaco della città e non mi negherà questo favore” …. Non scoppiai a ridere per educazione, ma ci lasciammo, scambiandoci mail e ogni possibile contatto per aggiornamenti. Ritornai a Milano e detti ordine in ufficio di non rispondere mai più a quel personaggio che tanto etico non era. Infatti sparì e non seppi mai più nulla di lui. Ci eravamo presi in giro a vicenda? Forse si, ma non ero certo stato indulgente alle sue lusinghe.
Poi scrissi la mia autobiografia e fui invitato all’università Plekanov per presentarla, con un centinaio di studenti e una ottima traduttrice. Ripercorsi anche Uliza Gerzena dove aveva sede l’ambasciata Brasiliana, ormai i miei amici erano in altri paesi, e dunque uno scatto fotografico e basta. L’accoglienza questa volta fu molto gioviale, soprattutto per via dei ragazzi giovani e non sbruffoni.
Tornai altre volte, quando nel 2009 avevamo una forte richiesta del mio nuovo marchio ALV, in particolare le borse molto care e di gusto italiano, era scemata un po’ quella spasmodica ricerca alla griffe flashing: mi accompagnava Oxana, la nostra rappresentante in Russia. E come ho già raccontato in altre occasioni, ho combinato molti viaggi in coincidenza con quelli di Luigi Bonino, il mio amico ballerino, che si sarebbe esibito al grande teatro Bolscioi, e dunque anche Luigi era in città, era arrivato due giorni prima, e si affrettò a chiamarmi per informarmi di stare attento ad una truffa da parte della criminalità di strada (aumentata a dismisura) nella quale lui era cascato, ovvero.. passeggiando sulla Piazza Rossa, all’improvviso gli cascano sui piedi un pacco di dollari arrotolati, con elastico, e lui li prese subito in mano cercando ovviamente il proprietario, mentre da 10 metri, due malviventi urlavano “Al ladro, al ladro”, manco a dirlo un poliziotto vero (corrottissimo) parla con Luigi in russo, e lo invita seguirlo in gendarmeria, dove sarebbe solo uscito scambiando quei dollari (falsi) con 500 euro veri! Lunga discussione da parte di Luigi, che contatta il teatro Bolscioi, parla con il direttore, e malvolentieri la polizia viene intimata di lasciare libero l’staggio… non gli era andata bene, preda sbagliata.
Arrivo a Mosca, Luigi lo avrei visto la sera, Oxana era già li, ci diamo appuntamento al GUM, quello che negli anni 87 avevo visto disperatamente vuoto, con una bottega ogni dieci che dava una fetta di mortadella con un coupon del partito, ora brillava di luci e sfarzo, e ogni marchio esistente al mondo aveva una postazione di prestigio a seconda dell’investimento. Dunque mi avvio sulla piazza Rossa, e zac! Mi cade sui piedi un rotolo di dollari…. Reduce dal racconto di Luigi, come in attaccante professionista sferro un calcio al malloppo che finisce almeno 30 metri lontano da me… mi si avvicinano i due truffatori e in russo devono avermi coperto di insulti, mente un terzo correva a recuperare il malloppo… mi avviai in velocità al mio appuntamento, raccontai a Oxana dell’accaduto, si rammaricò per la sua città diventata a tratti invivibile per malavita, traffico e arroganza. Di quest’ultima ne ebbi prova il giorno seguente quando con lei avevamo appuntamento con un tizio proprietario di una catena di negozi molto conosciuti a Mosca, per vedere di chiudere l’accordo per la distribuzione. Il tizio ci invitò in uno dei suoi ristoranti (molti business, altrimenti non sei nessuno) e su consiglio di Oxana avevo con me una mia autobiografia per omaggiare il probabile nuovo partner. Ci sediamo al ristorante e mi stringe la mano, ignorando completamente la mia rappresentante ( si usa, mi dicono, il disprezzo per le donne, specialmente se sposate con un italiano è frequente, e Oxana mi strizza l’occhio come per dire… non ti preoccupare è la regola qui). Intanto il signore (signore tanto per dire) riceve una telefonata e in due secondi arriva un compare, un uomo sui 50 anni, robusto, e con un grugno tutt’altro che rassicurante. Il “mio probabile futuro partner, in un buon italiano, ed aprendo la mia autobiografia nelle pagine finali dove sono fotografato con i Vip, e gli dice “Guarda qui, il signor Martini, come è importante, qui è addirittura con Sofia Loren!.. il tizio guarda la foto, appoggia dentro una busta, il libro viene chiuso e il portatore di tangente sparisce. L’altro chiude il libro e intavoliamo una conversazione sull’ipotesi di fare business, (improbabile) e ci diamo appuntamento l’indomani nei suoi uffici.
La sera vado al Bolscioi, vedo lo spettacolo di Luigi, ceniamo insieme e gli racconto la mia avventura. C’era con noi un personaggio che conosceva tuta Mosca, appassionato di balletto, ammiratore di Luigi, anche lui parlava perfettamente italiano, e non esita a dirmi che quella persona che dovrei vedere, ha in realtà molti avvisi di garanzia ausi tutti basati sui mancati pagamenti ai fornitori, oltre qualche “rumors” su legami non molto chiari con la malavita locale. Stop, chiamo Oxana e la informo che domani non si farà l’appuntamento, passiamo direttamente agli altri. E cos’ fu: mi porto al Luxury Village, lontano 50 chilometri dal centro città, in un bosco di betulle, tra dacie di supermiliardari e questo gigantesco shopping center, tra l’altro quel giorno vi era una esibizione di auto d’poca tra li lussuose e gigantesche boutique italiane e da ogni dove; non avevo mai visto tanta ricchezza e opulenza, ma questa volta raffinata ù, perché esiste anche una Russia molto civile, molto educata, che combatte con quella che ormai è nota, la Russia “sporca”. Mi riappacificai con un altro viaggio, invitato dall’Ambasciata Italiana, per la festa del 25 aprile, la moglie dell’Ambasciatore era una mia conoscenza e amica da tempo e in quel party oltre ai connazionali, vidi e parlai con la Russia bene, e finalmente trovai un partner con il quale aprimmo una strada per il business, ma da li a poco arrivarono tempi duri per la Russia con un nuovo embargo, che dura tutt’ora.
Peccato, un Paese meraviglioso, un Continente in mano ad una finta democrazia che fomenta guerre tra i vari paesi confinanti, un paese senza pace.
“Guerra e pace”, non è forse un capolavoro di Tolstoj?
Ma noi volgiamo la Pace per la Russia, per tutto il mondo e per il bene dell’umanità!